| Rocca
d'Evandro sorge in prossimità
del monte Camino. Il toponimo
si riferisce sia alla rupe presso
cui sorgeva il castello, sia a
Bandra o Vandra, un pagus di origine
romana, i cui resti sono visibili
sulla sinistra del vicino Garigliano.
Già appartenuto ai conti
longobardi di Teano, il Borgo,
per la sua importante posizione
strategica, fu ambito dagli abati
di Montecassino, che lo ottennero
nel 1022 da Enrico II, re di Germania
e d'Italia, che lo aveva confiscato
al principe di Capua. Sotto l'imperatore
Corrado II il Salico, il principe
di Capua, Pandolfo IV, rioccupata
gran parte della Terra di San
Benedetto, affidò il feudo,
insieme al territorio di San Germano,
a Todino, vassallo del monastero,
sostenuto dai Normanni. In seguito
Pandolfo, conte di Teano, donò
definitivamente il feudo di Bandra
all'abbazia. Anche Riccardo dell’
Aquila, conte di Sessa e duca
di Gaeta, nel suo giuramento di
fedeltà all'abate Ottone
si impegnava a difendere le proprietà
dei cassinesi, tra cui il castello
di Rocca di Bandra. Nel 1348 Iacopo
Pascone da Pignataro, approfittando
di un momento di crisi dell' abbazia
cassinese, occupò Rocca
di Bandra, che poco dopo, però,
fu di nuovo recuperata dai monaci.
La rocca fu poi definitivamente
perduta nel 1413, quando lo stesso
re autorizzò il suo ciambellano,
Gesuè di Fasal, a vendere
una metà del castello.
Divenuto feudo di Ettore Fieramosca
all'inizio del XVI secolo, il
territorio di Rocca d'Evandro
passò nel 1528 a Federico
di Monforte, subendo l' assedio
e la sconfitta ad opera di Carlo
V. Dopo essere appartenuto a Vittoria
Colonna, Rocca d'Evandro pervenne
ai Carafa, ai Muscettola, ai Cedronio
e, infine, nel XVIII secolo, ai
Caracciolo, ai quali rimase fino
alle leggi eversive della feudalità
del 1806. Sulla sommità
di uno sperone roccioso, in posizione
dominante rispetto all'abitato,
sorge il Castello, edificato nel
periodo |