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Trebula Balliensis, la capsula del tempo dell’alto casertano5 min read

28 Gennaio 2018 5 minuti di lettura

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Trebula Balliensis, la capsula del tempo dell’alto casertano5 min read

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Nel 1937 alla Oglethorpe University in Georgia, mentre il mondo ancora non si aspettava una seconda guerra mondiale, Thornwell Jacobs, autore e ministro presbiteriano, dà l’inizio ai lavori per quella che sarebbe diventata la più grande capsula del tempo artificiale mai costruita. Una stanza 6×3 metri a tenuta stagna e impermeabile, contenente una serie di oggetti della vita di tutti i giorni del mondo occidentale, accuratamente selezionati e custoditi sotto campane di vetro infrangibile. Sulla porta d’ingresso in acciaio inossidabile una comunicazione recita: “non aprire prima del 28 Maggio 8113”.

83 anni dopo e a circa 8mila chilometri di distanza, ci arriva un messaggio che ci dà la conferma di un appuntamento. Fino a quel momento non eravamo sicuri che saremmo andati a visitare Treglia e le mura monumentali megalitiche dell’antica Trebula Balliensis. Quel messaggio ci conferma che Gennaro di Giovannantonio, la nostra guida d’eccezione per questa gita esclusiva, ha dato la sua disponibilità.
Una capsula del tempo è una delle cose più vicine alla macchina del tempo che abbiamo a disposizione.

Questioni di tempo

Un modo per comunicare in maniera unidirezionale con il futuro e per toccare con mano in maniera totalmente limpida il passato. Pochi minuti dopo aver ricevuto il messaggio, stiamo cavalcando i gradilli che, lasciata la Vaccheria alle spalle ci porteranno verso Formicola. Ci sono luoghi in cui spazio e tempo si uniscono in una lentissima danza che dura per anni, a volte anche millenni. Sono terre su cui le orme dei nostri antenati sono ancora fresche e le cui opere possiamo toccare con mano. Come se ne fosse stata poggiata poco fa l’ultima pietra. Le prime tracce dell’uomo stabile in Campania risalgono a circa 70mila anni fa, durante il paleolitico medio.

In quel tempo gli uomini di Neandertal approfittando dei ricchi e folti boschi degli Appennini e del buon clima si stanziarono in zona. Prima dei romani poi, queste terre furono la casa di innumerevoli popoli e culture tra cui gli etruschi, i greci, i sanniti e i lucani. Gli uomini passano, le società si sgretolano, le culture tramontano. Ma la natura e la storia spesso stringono un patto segreto e decidono di custodire preziosi ricordi tangibili. Come le mura megalitiche a secco che si si parano davanti come un monumento pomposo, appena arriviamo al sito dell’antica Trebula.

Da Formicola ci spostiamo verso Pontelatone e ci avviciniamo sempre di più a Treglia, città della Castagna Ufarella. Gennaro continua a raccontarci la storia in una maniera così dettagliata e ricca che quasi ci appare davanti agli occhi. Dopo una curva, smette di colpo di parlare e ci fa accostare l’auto. Chiediamo se siamo arrivati alle mura dell’antica Trebula Balliensis (o Baliniensis) e ci risponde che questo è solo un antipasto. Prima che riusciamo ad accorgercene ci troviamo all’interno di ciò che rimane di alcune terme di età romana incredibilmente ben conservate. Ma la nostra guida vuole portarci ancora più indietro nel tempo e c’è ancora un ultimo pezzetto di strada da fare.

Un tesoro nascosto in bella vista 

Pochi minuti dopo accostiamo di nuovo l’auto e questa volta la tappa è inequivocabile. Come un serpente dormiente e candido, la cinta muraria dell’antica Trebula si staglia lunghissima su di un campo brullo fino a perdersi nell’incunearsi dei monti trebulani. Fondata dagli Osci come struttura strategica per la difesa e il controllo del territorio, nel IX secolo a.C. o forse anche prima, una volta costruita la fortificazione, nel VI secolo a.C. passò ai Caudini i quali, sconfitti da Pirro a Maleventum cedettero Trebula ai romani nel 272 a.C. che da quel momento inizia la sua fase romana.

Non si conoscono bene le cause che portarono alla sua disabitazione, forse un terremoto durante il V secolo, evento che comunque coincise con il declino dell’impero romano. Procediamo spediti tra la vegetazione alta e rigogliosa verso uno dei punti più interessanti della cinta muraria, oggi alta più di 3 metri in alcuni punti e lunga oltre 2km, la porta d’ingresso alla città bassa. La porta megalitica, una delle più grandi a tenaglia esterna e corridoio interno ancora esistenti in Europa, è particolarmente suggestiva per la sua buona conservazione e la sua imponenza. Uno stretto corridoio precede la soglia.

Gennaro con una buona dose di suggestione da parte nostra ci spiega che in quel corridoio buio e dalle pareti alte e lisce, venivano fatti attendere i visitatori che, nel caso fossero risultati sgraditi, venivano attaccati dalle fessure laterali del corridoio e nei casi più estremi, erano eliminati. La sensazione che proviamo trovandoci qui è indescrivibile. Toccare con mano i massi giganti deposti dai nostri antenati, poggiare un piede dove probabilmente l’ultimo vi è stato poggiato 2800 anni fa. Stare in questo luogo ci ha fatto capire che la più grande capsula del tempo è la natura stessa.

Questioni di spazio

Attraversare questa porta megalitica ha qualcosa di potentemente simbolico e personalmente ci ha regalato un’esperienza liminare davvero singolare che ti invitiamo a provare assolutamente almeno una volta nella vita. Una volta passati dall’altro lato è possibile scorgere le rovine dell’antico centro abitato in cui riposa placido quello che resta del forum, i resti di un teatro romano e diverse tombe di epoca sannitica.

L’intero sito è incredibilmente suggestivo nei suoi dettagli più grandi, come la porta stessa, e in quelli più piccoli come il legno vivo degli alberi che fluido si infila e cresce sinuoso nelle fessure tra una pietra e l’altra. Per via di una storia contemporanea piuttosto sfortunata, questo sito non ha ricevuto il giusto interesse storico e culturale che si merita e per questo rimane piuttosto sconosciuto fuori dal territorio dell’alto casertano se non addirittura al di fuori dei monti trebulani stessi.

Verso la prossima tappa

Questo però vuol dire che visitando questo sito c’è tanto ancora da scoprire e, come accade in questi casi, la scoperta esteriore coincide con quella interiore. Perché un posto del genere è uno di quei luoghi che ti riempie gli occhi, il cuore e la mente lasciando un segno che sfida il tempo e la memoria. Visitare un luogo del genere vuol dire fare un viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo. Gennaro di Giovannantonio con il ritmo del maestro che ha fame di insegnamento ci guida tra le rovine e ci riempie di curiosità che poi estingue e rinfresca continuamente.

Quando si fa ora di andare ci dispiace e cerchiamo di riempirci gli occhi di questo spettacolo finché possiamo, mentre ci mettiamo in auto e procediamo spediti verso la tappa successiva di cui Gennaro già sta iniziando a parlarci con passione.